Federica Verduzzo: quando le fragilità aiutano a rifiorire.

Federica Verduzzo, conosciuta come La Stropicciamenti, è un’illustratrice italiana che disegna mondi in cui le donne e i più fragili possono finalmente respirare. Le sue figure sono morbide, vive, luminose: parlano di emozioni che non chiedono scusa, di diritti che non devono essere spiegati, di vibrazioni buone che non cancellano la complessità ma la trasformano.

Le sue illustrazioni sono piccoli spazi di libertà, dove la fragilità convive con la forza, e dove ogni donna può riconoscersi senza filtri. Federica non crea solo immagini: crea possibilità e ogni suo disegno è un invito a sentirsi, a capirsi, a scegliersi.

Qual è la radice da cui nasce il tuo modo di illustrare?

“Il mio modo di illustrare nasce dal bisogno di dare una forma alle emozioni che spesso non riuscivo a spiegare a parole. Disegnare è stato il primo luogo in cui mi sono sentita libera di essere complessa, fragile, arrabbiata, dolce, senza dover scegliere una sola versione di me. Le mie illustrazioni nascono dalla mia storia personale, ma anche dall’osservazione delle persone attorno a me. Mi interessa raccontare ciò che spesso viene nascosto: la vulnerabilità, il bisogno di cura, la stanchezza, la rinascita lenta. Credo che il disegno, per me, sia diventato un modo per respirare meglio.”

 Qual è il dettaglio che ti guida quando costruisci un’immagine?

“Più che la perfezione tecnica, mi guida sempre l’emozione che voglio lasciare. Se una figura è troppo perfetta ma non vibra emotivamente, allora per me manca qualcosa. Mi piace quando un’immagine lascia spazio a chi guarda per entrarci dentro con la propria storia.”

Qual è il momento in cui capisci che un’illustrazione è “finita”?

“Capisco che un’illustrazione è finita quando riesco a guardarla e sentire che contiene già tutto quello che doveva dire, anche nelle sue imperfezioni. Spesso il momento giusto arriva quando provo una sensazione di quiete.”

Qual è la responsabilità di chi crea contenuti che toccano temi sociali?

“Credo che ci sia una responsabilità molto grande nel modo in cui raccontiamo le emozioni, i corpi, la fragilità e le relazioni. Per me parlare di temi sociali non significa avere tutte le risposte, ma creare spazi in cui le persone possano sentirsi viste e meno sole. Penso sia importante comunicare con sincerità, evitando di trasformare il dolore in estetica vuota o in contenuto veloce da consumare. Cerco sempre di lasciare nelle mie immagini anche uno spiraglio di possibilità, di cura, di umanità.”

Come si costruisce un’estetica che sia dolce ma anche politica?

“Credo che esista una forma di politica quotidiana nei modi in cui scegliamo di stare al mondo, di guardarci, di trattarci e di raccontarci. Viviamo in una realtà che spesso ci chiede di essere performanti, veloci, produttivi, quasi impermeabili alle emozioni, per questo penso che scegliere la gentilezza, l’ascolto, il rispetto dei propri limiti e della propria sensibilità possa diventare un gesto profondamente politico. Anche il personale, per me, è politico. Decidere di mettere il proprio vissuto a disposizione degli altri, raccontare fragilità, confini, paure o trasformazioni crea possibilità di riconoscimento. Significa dire: questa esperienza esiste, questo sentire ha valore. Mi interessa un’estetica che accolga senza addolcire la realtà, e che usi la delicatezza non come fuga, ma come modo di resistere e creare connessione.

C’è un tema che non hai ancora affrontato e che senti pronto da esplorare?

“Per molto tempo ho raccontato soprattutto la fragilità e la cura, ma ultimamente sento il bisogno di esplorare anche emozioni considerate “scomode”, come la rabbia, il rifiuto, il confine. Mi interessa raccontare una rabbia che non distrugge, ma che protegge. Una rabbia che aiuta a scegliere sé stessi.”

Come si intrecciano fragilità e forza nelle tue figure femminili?

“Per me non sono mai state due cose separate. Le donne che disegno non sono forti perché non soffrono, ma perché continuano a sentirsi, ad attraversarsi, a ricostruirsi anche dopo essere state ferite. Mi interessa rappresentare una forza più silenziosa, lontana dall’idea di perfezione o invincibilità. Una forza fatta di presenza, consapevolezza, dolcezza, limiti e trasformazione.”

Qual è l’emozione che ti è più difficile disegnare?

“Probabilmente la felicità piena. Le emozioni più malinconiche o intime per me sono più facili da tradurre in immagini, forse perché le conosco meglio, mentre la felicità mi sembra qualcosa di molto delicato da raccontare senza renderlo superficiale. Negli ultimi tempi però sto cercando di avvicinarmi di più alle piccole gioie quotidiane: le cose semplici, leggere, che fanno respirare. Forse anche quella è una forma di felicità.”

Da dove nasce il nome LaStropicciaMenti e cosa rappresenta per te?

“Il nome nasce dall’idea che anche ciò che è stropicciato possa essere bello, vivo, degno di essere guardato con cura. Per molto tempo ho pensato che per essere accettati bisognasse mostrarsi “a posto”, lisci, perfetti, invece ho capito che sono proprio le pieghe, le crepe, le parti più vulnerabili a renderci umanamente bellə. La Stropicciamenti rappresenta questo: uno spazio in cui non bisogna nascondere le proprie imperfezioni per sentirsi validi. Un luogo morbido, dove anche le parti più fragili possono finalmente respirare.”

E forse è questo il dono più grande di Federica: trasformare la propria guarigione in un abbraccio che arriva a chi guarda, un piccolo passo in più verso il proprio vero io.

Grazie a Federica Verduzzo per essere stata nostra ospite e averci aperto il suo mondo artistico.


CREDITS
Intervista a cura di Stefano Mosca / @he.is_sm
Artista Federica Verduzzo in arte La Stropicciamenti / @la_stropicciamenti

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