Gaex Guarin: dentro un immaginario vibrante.

Gaex Guarin – nome d’arte di Gaetano Guarino, classe 2001 – è uno di quei fotografi che non si limitano a scattare: costruiscono mondi. Nato in provincia di Caserta e oggi di base a Napoli, ha trasformato la sua ossessione per i colori e le geometrie in un linguaggio visivo immediatamente riconoscibile. Le sue immagini oscillano tra estetica da copertina e frammenti di un universo immaginario, vibrante, glamour, ma mai distante dalla realtà.

Il 16 aprile inaugura la sua prima mostra personale presso Kueva Studio: un viaggio di dieci anni in quarantadue scatti. Un evento che celebra anche il primo anniversario dello studio e che segna, per Gaex, un passaggio intimo e simbolico. Non solo una raccolta di immagini, ma un addio sereno a un capitolo della sua vita, un modo per riconoscere come il suo sguardo sia cambiato: nei colori, nelle persone, nei paesaggi.

Dentro questi scatti rivivono Miami, Londra, Parigi, le Canarie, le Bahamas, Amsterdam, Lanzarote, Puerto Rico: città che non sono solo luoghi, ma stati d’animo, vibrazioni, visioni nate in viaggio e trasformate in immaginario. Questa mostra è anche un incontro: con chi lo ha seguito sui social, con chi lo ha sostenuto, con chi ha visto crescere il suo lavoro. Un abbraccio aperto, libero, condiviso.

Qual è la radice da cui nasce il tuo modo di fotografare?

“Se penso alla radice ti dico i miei genitori. Mi hanno concepito quando erano molto giovani, e in qualche modo ho vissuto anch’io la loro giovinezza. Mia madre, fan sfegatata della musica, mi ha cresciuto facendomi  ascoltare i Boney M., Sandra, Modern Talking, ABBA, UB40 e una lista infinita di canzoni che hanno influenzato profondamente la mia sensibilità. Mio padre, invece, è un collezionista ossessivo: macchine analogiche, orologi, monete antiche… Ricordo che una volta mi intrufolai nella piccola casetta dove custodiva i suoi cimeli e scoprii una valigia piena di fotografie della loro adolescenza. Fu così che iniziai a chiedere a mio padre di comprarmi le Kodak usa e getta con i rullini. All’inizio era solo un gioco, preferivo passare i pomeriggi a disegnare – finché una domenica, passeggiando in un mercato dell’usato a Napoli, mi regalarono la mia prima macchina fotografica. Più di ogni altra cosa, la radice sono loro: il ricordo delle canzoni che ascoltava mia mamma quand’ero bambino e il modo in cui mio padre dava valore alle cose hanno forgiato la sensibilità dei miei occhi.”

Qual è il dettaglio che ti guida quando costruisci un’immagine?

“La geometria, i colori e l’autenticità del soggetto sono i tre elementi indispensabili in ogni mio scatto. Togliendo la geometria e i colori, l’autenticità – anche un difetto, un dettaglio che rende unica la persona diventa il cuore dell’immagine, valorizzandola davvero.”

Qual è il momento in cui capisci che uno scatto è “finito”?

“È uno dei momenti più difficili secondo me, ma è una scelta del mio occhio. Se manca qualcosa, non è completo; se non manca nulla, il risultato finale appaga il mio sguardo.”

Quando riguardi i tuoi lavori, cosa ti restituiscono?

“Connessione con le persone. I miei scatti nascono dalla sfida di teletrasportare ciò che ho in testa nello scatto. Li condivido prima con amici cari e poi online per leggere i feedback.”

Qual è la città che più ha influenzato il tuo sguardo?

“Londra, il mio primo viaggio a 16 anni, visto con l’euforia di un bambino. Una città “spettinata”: elegante e trasgressiva. Vorrei mixare l’estetica punk con quella dei reali in un progetto futuro.”

Cosa rappresenta per te questa prima mostra personale?

“Un punto d’arrivo, La fermata di un treno che ancora non arriva a destinazione. Oggi tutto è così estremamente veloce, bisogna continuamente correre. Penso sia importante anche fermarsi, uscire dal treno, guardare il percorso fatto, prendere aria, sto invitando me stesso a farlo.”

Come hai scelto i 42 scatti che raccontano dieci anni della tua fotografia?

“Non è stato semplice: ho rivisto la selezione più volte da quando abbiamo deciso con il team di Kueva di fare l’esposizione. La mostra include 2 gigantografie, le mie foto preferite dall’archivio e 40 scatti artistici, alcuni inediti e senza censura.”

Qual è il filo invisibile che lega immagini così diverse tra loro?

“La diversità delle mie foto nasce dal voler comunicare con tante fette di pubblico diverse, puntando a un linguaggio visivo universale, catturando l’essenza di ogni posto del mondo, come radunare tante persone in un’unica stanza.”

Cosa stai lasciando andare con questa mostra?

“Un modo di comunicare che non deve essere unico nel rappresentarmi. Sento il bisogno di reinventarmi, chiudendo capitoli e diventando qualcosa di nuovo ogni volta. Voglio andare in Africa, Sud America, India, Cina e trasformare quei luoghi in un mio racconto: non necessariamente glamour, ma un’interfaccia con altre realtà, culture e storie. Non abbandonerò la fotografia da copertina, ma è tempo di uscire dallo studio.”

Cosa speri che resti di questa mostra, oltre le immagini?

“Il ricordo di una serata piacevolissima con amici e persone che apprezzano il mio lavoro. Un mood di allegria, spensieratezza e condivisione. E l’incontro con nuove persone che mi seguono online.”

Dentro ogni fotografia c’è un viaggio, un colore che ritorna, una geometria che respira. E c’è soprattutto lui: il suo sguardo che cambia, si affina, si rivela.

Il 16 aprile, da Kueva Studio, non si celebra solo una mostra. Si celebra un passaggio. Un incontro. Una nuova direzione che comincia a prendere forma.

Grazie a Gaex Guarin per essere stato nostro ospite e averci aperto il suo mondo artistico.


CREDITS
Intervista a cura di Stefano Mosca / @he.is_sm
Artista / Fotografo Gaex Guarin @gaex.guarin
Talent / @susy_13b
Talent / @vvalentinaromano
Talent / @elenaagallo_
Talent / @fockaliou
Talent / @songrouxuan

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