Negli anni in cui le fanzine italiane diventavano laboratori di controcultura – ciclostili che sfidavano l’editoria, collage che scardinavano le forme, fotocopie che trasformavano il margine in linguaggio – Argia Maina iniziava a costruire la propria voce poetica con la stessa urgenza e la stessa libertà. Era un tempo in cui il “do it yourself” non era un’estetica, ma un atto politico: creare significava sottrarsi, inventare spazi propri, abitare una comunità che viveva fuori dai riflettori.
In quel clima Argia Maina attraversa le pagine metal e illustrate di BLOB e le sperimentazioni digitali di Evasion, scoprendo come la parola potesse diventare gesto, frattura, possibilità. È da quella stessa matrice che nasce la sua poesia: una scrittura che non cerca il centro, ma lo scarta; che non si offre, ma si rivela; che porta ancora addosso la memoria di un’epoca in cui la creatività era un atto di resistenza.
Incontrarla oggi, come poetessa, significa ritrovare quello spirito: una voce che continua a muoversi ai margini per scelta, che fa della fragilità un luogo di forza e dell’intimità un territorio politico. La sua poesia non chiede di essere capita: chiede di essere attraversata.
Qual è la radice da cui parte la tua scrittura? “Mi piace molto la parola radice. La scrittura stessa, per me, è radice., e si trova nei pensieri prima che diventino pensieri coscienti, e nella parola prima che possa essere pronunciata. La scrittura è attenzione silenziosa verso quello che sta per affiorare, ed è cercare di cogliere quella essenza prima che la ragione possa darle un posto.”
Qual è il dettaglio che ti ossessiona quando cerchi una parola? “L’ossessione cerco di tenerla ben lontana dalla scrittura, in realtà più che cercare le parole cerco quali parole non usare o non mantenere in un testo, perché non è facile catturare con il linguaggio la sensazione che sta per nascere o un pensiero prima che diventi pensiero compiuto, il rischio è che spesso si dica troppo perché siamo abituati alla descrizione. Non ho mai voluto descrivere, quello che voglio è manifestare. A volte, invece, capita che legga una poesia scritta mesi o anni prima e che leggendola arrivi una parola, come un pezzo mancante. Era sempre stata lì, dovevo solo darmi tempo.”
Come capisci quando una parola è “quella giusta”? “Quando porta il ritmo giusto. Quando rileggo ciò che scrivo la poesia deve avere un ritmo. Ho una metrica poco ortodossa ma cerco di stare dentro una musicalità ben precisa, e se la parola è quella giusta deve scorrere con il resto.”
“C’è una cosa che ancora non hai capito di me: è che quando chiudo gli occhi tra una parola e l’altra trattenendo poco il respiro schiudendo appena le labbra per sentire l’aria fra i denti e le gambe tremare forte come grano duro sullo stelo, nel mio petto stanno entrando le nuvole o quel che resta del cielo.”
Come nasce un’immagine nella tua scrittura: da un ricordo, da un gesto, da un suono? “Le prime due raccolte sono nate da suoni e da odori che erano rimasti imprigionati nella memoria sensoriale. Le poesie che ho lasciato maturare per qualche anno e che ho appena ripreso a rileggere, sono state scritte per immagini. Ho visto spesso la me stessa bambina con una lucidità che non avevo mai avuto prima. Le ho scritte per ricordare ed ho ricordato tutto dopo averle scritte.”
C’è un’immagine che senti come tua firma, anche quando non la scrivi esplicitamente? “È una domanda interessante. La memoria. Il sentimento del tempo. Mi rendo conto che anche quando le parole sono al presente e scrivo di qualcosa che accade e mi accade proprio nel momento in cui scrivo, è come se ci fosse una traccia di passato antico, un’orma più o meno visibile che racconta una storia vecchia com’è vecchia la storia delle persone, e in quella memoria c’è anche silenzio… ecco, in quello che scrivo io ci sento anche il silenzio.”
Qual è il momento in cui smetti di toccare un testo e lo lasci andare? “Non ho mai vissuto il momento in cui mi sono sentita pronta a lasciar andare qualcosa che scrivo. Mi ci sto avvicinando con le ultime poesie, che ormai hanno un quinquennio e che dopo tutto questo tempo hanno resistito e sento che possono stare in mezzo agli altri, anche senza di me.”
Quando rileggi ciò che hai scritto, cosa ti restituisce? “Stupore. Il più delle volte non so cosa ho scritto e perché, altre volte invece ricordo benissimo e mi commuovo. Ma comunque mi stupisco della forza delle parole, che sono in grado di creare o di distruggere mondi, che vengono stuprate ogni giorno dall’uso poco accorto che ne facciamo, e che dovrebbero tornare ad essere quello che sono, preziose compagne del silenzio.”
In Argia Maina la parola non cerca un palco: trova un varco. La sua voce arriva così, in punta di luce, capace di aprire spazi dove la fragilità diventa forza e il margine diventa casa. È lì, in quel silenzio che resiste, che la incontriamo.
Grazie ad Argia Maina per essere stata nostra ospite e averci aperto il suo mondo artistico.
CREDITS Intervista a cura di Stefano Mosca @he.is_sm Artista / Poetessa e scrittrice Argia Maina @argia_77 Photographer Cover / Mariarosaria Clemente @maryrose783 Casa Editrice / “Il nodo del suono” e “Gli approdi invisibili” sono editi da Round Midnight Edizioni @roundmidnightedizioni
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