Danilo Calò: frammentare per ricomporre.

Ci sono artisti che nascono negli spazi fermi, altri nelle crepe.
Danilo Calò vive in quel punto di mezzo: una soglia mobile dove ordine e caos si sfiorano e generano forma. Il suo sguardo attraversa il corpo umano come un territorio fragile, da frammentare e ricomporre. Un’estetica che nasce dal bello, ma anche da ciò che disturba, provoca, mette in discussione.

La radice

L’arte dalla radice”. Qual è la radice da cui nasce la tua arte? Dove la senti, dove la trovi?

“La mia arte nasce dalle persone. Dai volti, da quello che si vede e soprattutto da quello che mi resta addosso. Non sempre trovo le parole giuste davanti alla potenza di un’emozione, allora provo a rappresentarla con la pittura. La sento partire dal basso, prima nello stomaco che nella testa. È una spinta che diventa urgenza e bisogno.

I volti che dipingo sono scomposti, moltiplicati, riassemblati perché nessuno, intimamente, è mai una cosa sola. Siamo fatti di strati, di sfaccettature che convivono e combattono. Io parto da quell’estetica emotivamente imperfetta, umana. Quella che, in fondo, ci rende riconoscibili.”

Una radice che non è concetto, ma corpo emotivo. L’origine come vibrazione, non come definizione.

L’ossessione.

Qual è il dettaglio che ti ossessiona quando crei? Quello che torna, che insiste, che non ti lascia in pace.

“Per me sono i corpi. Mi ossessionano perché dicono tutto senza parlare. Le emozioni pesano lì sopra, si vedono nelle tensioni, nelle fragilità. Il seno torna spesso nel mio lavoro. Non lo cerco per provocare. È una forma primaria, inevitabile. Parla di origine, di nutrimento, di forza e vulnerabilità insieme. Lo scompongo, lo ripenso, lo metto nello spazio del quadro finché diventa racconto. È qualcosa che continua a riapparire. E io la seguo.”

La forma come memoria, trasformata, rivisitata. Un ritorno che non chiede permesso, ma orienta lo sguardo. Quel senso di appartenenza che ritorna in altre vesti.

La scelta.

C’è un momento in cui smetti di toccare e lasci andare. Come lo riconosci?

“C’è un momento in cui smetto di toccare. Quando capisco che l’opera non ha più bisogno di me. Succede quando il quadro regge da solo, quando ogni gesto in più rischia di togliere invece che aggiungere. Lo capisco dal silenzio: l’urgenza sparisce, resta solo rispetto. A volte è maturità. Altre volte è molto più semplice: se continuo, rovino tutto. E allora mi fermo.”

Il limite come atto di cura. Sapere quando sottrarsi è già parte dell’opera.

La restituzione.

Quando guardi ciò che hai fatto, cosa ti restituisce? Cosa ti rimanda indietro?

Quando guardo quello che ho fatto, mi torna addosso quel momento. Il mio stato mentale, le tensioni, le cose rimaste aperte. Capisco subito se ero davvero lì o se stavo solo riempiendo lo spazio. Non cerco di piacermi. Guardo se il lavoro regge, se è onesto.

A volte basta guardare. Il resto non serve.

Chiusura.

Nel lavoro di Danilo resta sempre un margine che vibra. Una zona irrisolta dove la forma respira e l’emozione affiora. Le sue opere non cercano risposte: aprono possibilità. E in quella soglia che non si chiude mai, trovano la loro verità. La memoria, i gesti antichi, i corpi primordiali, ritornano colorati, sotto forma di geometrie concentriche, accavallate, informi, armoniche e al tempo stesso caotiche, ma che restituisce splendore.

Grazie a Danilo per essere stato nostro ospite e averci aperto il suo mondo artistico.


CREDITS
Intervista a cura di / Stefano Mosca @he.is_sm
Artista / Danilo Calò @danilo_caloart

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